È un’ imperdibile occasione quella offerta dal Munch Museum di Oslo, da Palazzo Reale e da Arthemisia di poter ammirare numerose opere di Edvard Munch (Norvegia, 1863-1944), il grande simbolista del Novecento che torna a Milano con la retrospettiva “MUNCH. Il grido interiore”.
In una nota scritta tra il 1930-’34 Munch osservava: “Attraverso la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria”. Una sorta di testamento che si concretizza nell’aprile del 1940 quando egli, a seguito dell’invasione della Norvegia da parte della Germania nazista e temendo la distruzione delle sue opere, già dichiarate Arte degenere, le lascia tutte in donazione alla città di Oslo.

È un periodo in cui Munch vive comunque sereno. Tempo addietro, nel 1908, psicologicamente distrutto per la fine della relazione con Mathilde Larsen (Tulla) e per il forte uso di alcolici, aveva deciso di farsi curare con l’elettroterapia nella clinica privata del dottor Jacobson a Copenaghen. Rientrato quindi in Norvegia e seguendo i consigli dello psichiatra, il suo stato di salute migliora, insieme alla sua situazione economica per la maggiore popolarità acquisita. Compra dei terreni, si dedica con una pittura meno esasperata a nudi artistici, a paesaggi e al suo cavallo Rousseau.
Tuttavia le sofferenze che ha provato da bambino e da adolescente hanno segnato profondamente la sua vita e la sua poetica. Nato a Løten in una famiglia numerosa di cinque figli e non certo abbiente, nel 1868 perde la madre per la tubercolosi e quasi un decennio dopo la sorella maggiore Sophie che ricorderà più volte in modo ossessivo nei suoi dipinti. A Kristania, l’odierna Oslo, inizia gli studi in Ingegneria per passare nel 1881 ad una Scuola di Arti e Mestieri. In città frequenta un circolo di intellettuali tra i quali spicca Hans Jæger, scrittore anarchico, che influenza il giovane Munch e la sua arte col motto: “Scrivi la tua vita!”.

Iniziano così le “tele dell’anima” come La bambina malata, 1886 che non sono ben viste dalla critica. Tuttavia una sua personale nel 1889 gli consente di ottenere una borsa di studio e parte alla volta di Parigi e poi verso Saint Cloud. Sul finire dello stesso anno muore il padre già affetto da depressione, mentre la sorella Laura inizia a manifestare segni di follia. A lei nel 1901 dedicherà la tela Malinconia, nella quale riprende la giovane visitata in una clinica psichiatrica nella sua totale infermità, fisica e mentale. In Francia egli ha l’opportunità di conoscere la pittura post impressionista e simbolista di Gauguin e matura l’intenzione di dipingere i sentimenti e i suoni che avverte, utilizzando colori accesi per esprimerli.
Gli anni trascorsi a Berlino sono determinanti per la sua produzione artistica. Dopo una mostra finita tra molte critiche ma con l’ apprezzamento del drammaturgo svedese J. A. Strindberg, nel 1893 realizza La morte nella stanza della malata, mostrando come il dolore più che accomunare chiude le persone nel proprio intimo. È quindi la volta di una prima versione de l‘Urlo, il dipinto più iconico del panorama artistico e più copiato… . Viene rivisitato per esempio da Warhol nel 1984 con diverse serigrafie e infine ripreso da un’ emoji che universalmente è utilizzata sul web per esprimere ansia e disperazione. Quando nel 1895 Munch inizia a lavorare sulla litografia, riprenderà il tema de l’Urlo, traducendo i colori strazianti della scena in marcate linee ondose.
Numerose sono le tele di questo periodo berlinese che, su consiglio di Strindberg, l’artista vuole riunire ne Il fregio della vita, opere che raccontano della grandiosità dell’amore e della sessualità, ma anche i risvolti della sua dissoluzione, angoscia e morte.
Sempre a Berlino nel 1998 incontra Tulla con la quale viaggia per la prima volta in Italia, a Venezia e a Firenze. Si tratta di un amore tossico, diremmo ora, e finisce nel 1902 con un colpo di pistola alla mano di Munch. L’Autoritratto su sfondo verde Tulla Larsen, 1905, tagliato in due, simboleggia la fine della loro unione.

Più di 100 sono le opere esposte a Palazzo Reale di Milano e fino alla fine di gennaio 2025, lavori affascinanti che raccontano il disagio di vivere e preludono alla scoperta psicoanalitica dell’inconscio e sottolineano come in Munch, e per tutti noi, l’esistenza diventa lotta fra due forze opposte, vita e morte, solitudine e amore.










Jana Zanoskar è nata in Slovenia e si è laureata all’Accademia di Lubiana. Si è quindi trasferita in Italia, in Toscana, dove ha insegnato dagli anni Settanta Discipline artistiche e dove vive immersa nella natura e nell’arte. Le opere esposte in mostra, di natura figurativa, pur con risvolti espressionisti e simbolisti, mostrano quanto sia eclettica nel suo lavoro, ottenendo esiti di grande qualità e seduzione. Appaiono echi picassiani nella scomposizione e nell’intreccio dei corpi e un cenno alle stampe giapponesi nella composizione; i tattoos gli arabeschi profusi sulle tele ci portano al misterioso oriente. Opere non proprio recenti ma estremamente attuali nella narrazione di una umanità un po’ contorta, sofferente, quella umanità che ritroviamo ora.












