Munch a Palazzo Reale

È un’ imperdibile occasione quella offerta dal Munch Museum di Oslo, da Palazzo Reale e da Arthemisia di poter ammirare numerose opere di Edvard Munch (Norvegia, 1863-1944), il grande simbolista del Novecento che torna a Milano con la retrospettiva “MUNCH. Il grido interiore”.

In una nota scritta tra il 1930-’34 Munch osservava: “Attraverso la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria”. Una sorta di testamento che si concretizza nell’aprile del 1940 quando egli, a seguito dell’invasione della Norvegia da parte della Germania nazista e temendo la distruzione delle sue opere, già dichiarate Arte degenere, le lascia tutte in donazione alla città di Oslo.

E. Munch, La morte di Marat, 1907, Ph. Munchmuseet

È un periodo in cui Munch vive comunque sereno. Tempo addietro, nel 1908, psicologicamente distrutto per la fine della relazione con Mathilde Larsen (Tulla) e per il forte uso di alcolici, aveva deciso di farsi curare con l’elettroterapia nella clinica privata del dottor Jacobson a Copenaghen. Rientrato quindi in Norvegia e seguendo i consigli dello psichiatra, il suo stato di salute migliora, insieme alla sua situazione economica per la maggiore popolarità acquisita. Compra dei terreni, si dedica con una pittura meno esasperata a nudi artistici, a paesaggi e al suo cavallo Rousseau.

Tuttavia le sofferenze che ha provato da bambino e da adolescente hanno segnato profondamente la sua vita e la sua poetica. Nato a Løten in una famiglia numerosa di cinque figli e non certo abbiente, nel 1868 perde la madre per la tubercolosi e quasi un decennio dopo la sorella maggiore Sophie che ricorderà più volte in modo ossessivo nei suoi dipinti. A Kristania, l’odierna Oslo, inizia gli studi in Ingegneria per passare nel 1881 ad una Scuola di Arti e Mestieri. In città frequenta un circolo di intellettuali tra i quali spicca Hans Jæger, scrittore anarchico, che influenza il giovane Munch e la sua arte col motto: “Scrivi la tua vita!”.

E. Munch, Autoritratto su sfondo verde Tulla Larsen, 1905, Ph. Munchmuseet

Iniziano così le “tele dell’anima” come La bambina malata, 1886 che non sono ben viste dalla critica. Tuttavia una sua personale nel 1889 gli consente di ottenere una borsa di studio e parte alla volta di Parigi e poi verso Saint Cloud. Sul finire dello stesso anno muore il padre già affetto da depressione, mentre la sorella Laura inizia a manifestare segni di follia. A lei nel 1901 dedicherà la tela Malinconia, nella quale riprende la giovane visitata in una clinica psichiatrica nella sua totale infermità, fisica e mentale. In Francia egli ha l’opportunità di conoscere la pittura post impressionista e simbolista di Gauguin e matura l’intenzione di dipingere i sentimenti e i suoni che avverte, utilizzando colori accesi per esprimerli.

Gli anni trascorsi a Berlino sono determinanti per la sua produzione artistica. Dopo una mostra finita tra molte critiche ma con l’ apprezzamento del drammaturgo svedese J. A. Strindberg, nel 1893 realizza La morte nella stanza della malata, mostrando come il dolore più che accomunare chiude le persone nel proprio intimo. È quindi la volta di una prima versione de l‘Urlo, il dipinto più iconico del panorama artistico e più copiato… . Viene rivisitato per esempio da Warhol nel 1984 con diverse serigrafie e infine ripreso da un’ emoji che universalmente è utilizzata sul web per esprimere ansia e disperazione. Quando nel 1895 Munch inizia a lavorare sulla litografia, riprenderà il tema de l’Urlo, traducendo i colori strazianti della scena in marcate linee ondose.
Numerose sono le tele di questo periodo berlinese che, su consiglio di Strindberg, l’artista vuole riunire ne Il fregio della vita, opere che raccontano della grandiosità dell’amore e della sessualità, ma anche i risvolti della sua dissoluzione, angoscia e morte.
Sempre a Berlino nel 1998 incontra Tulla con la quale viaggia per la prima volta in Italia, a Venezia e a Firenze. Si tratta di un amore tossico, diremmo ora, e finisce nel 1902 con un colpo di pistola alla mano di Munch. L’Autoritratto su sfondo verde Tulla Larsen, 1905, tagliato in due, simboleggia la fine della loro unione.

E. Munch, Melancholy, 1911, Ph. Munchmuseet

Più di 100 sono le opere esposte a Palazzo Reale di Milano e fino alla fine di gennaio 2025, lavori affascinanti che raccontano il disagio di vivere e preludono alla scoperta psicoanalitica dell’inconscio e sottolineano come in Munch, e per tutti noi, l’esistenza diventa lotta fra due forze opposte, vita e morte, solitudine e amore.

Due fotografi nel contemporaneo: Fontana e Ghirri

La possibilità di intervenire sulle foto con le varie applicazioni dell’AI per modificare lo sfondo o inserire nuovi particolari, porta al declino dell’immagine fotografica come lettura di storia. Tuttavia se la fotografia perde la valenza di documento può comunque esprimersi come opera d’arte.
È il caso dei lavori di due grandi fotografi, Franco Fontana (Modena, 1933) e Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Reggio Emilia, 1999), di cui per il primo si è svolta una retrospettiva a Brescia presso il Museo di Santa Giulia e per il secondo è in corso una mostra presso il MASI di Lugano e fino al 26 gennaio 2025.
Entrambi emiliani, si allontanano da subito dall’assunto di fotografia come resoconto del reale portandosi verso nuovi orizzonti.
La rassegna di Brescia dal titolo “Franco Fontana – Colore” racconta quanto il colore sia stato determinante per l’artista, ora novantenne, già negli anni Sessanta quando la fotografia d’arte era in bianco e nero.
Per Fontana tutto è paesaggio: i suoi scatti toccano regioni italiane o della Spagna o metropoli come San Francisco, N.Y., Los Angeles. Sono paesaggi trasformati in giochi spiazzanti di presenza – assenza, o ridotti a semplici moduli di colore.

FRANCO FONTANA┬® San Francisco 1979
FRANCO FONTANA┬® Cortina D’Ampezzo, 1978

Così in San Francisco, 1979, viene ripresa la parte anteriore in azzurro metallico di una vettura Ford parcheggiata di fronte a due portoni confinanti e diversi nell’architettura e nel colore, mentre il grigio dell’asfalto è rotto dalla linea gialla che segna il marciapiede. In Cortina D’Ampezzo del 1978 appaiono semplicemente macchie di bianca neve che si insinuano fra le rocce della montagna e l’alpeggio.
Fontana ha esposto in gallerie e istituzioni in Italia e all’estero, ottenendo onorificenze, come il titolo di Maestro della fotografia italiana, nel 1988. Per lui ogni elemento del campo visivo, anche il pavé su cui incede, diventa oggetto di attenta riflessione e, negli anni più recenti, con la serie degli Asfalti e dei Paesaggi urbani ci mostra scatti di grande bellezza e di totale astrazione.

Se Fontana ha trasformato il colore in protagonista delle sue foto, Luigi Ghirri punta sul viaggio come fonte di sensazioni e di immagini.
Curata da James Lingwood, la rassegna del MASI “Luigi Ghirri. Viaggi, fotografie 1970 -1991” raccoglie numerosi scatti, a colori e vintage, provenienti dall’Archivio degli eredi e dalla collezione del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma.

L. Ghirri, Rimini, 1977, Lambda print, new print 2022,©Eredi di Luigi Ghirri
L. Ghirri, Capri, 1981, C-print, new print 2008,©Eredi di Luigi Ghirri

Sono le foto di escursioni domenicali intorno a Modena o verso altre mete turistiche del Nord Italia e Svizzera, ma anche quelle fatte a manifesti e a cartoline (in mostra nella sezione I Paesaggi di cartone) ad indirizzarlo verso un aspetto concettuale del viaggio e della fotografia.
Così nell’ironica Arles del 1979 l‘esperienza di un luogo visitato si imprime in modo easy su una camicia, mentre con Rimini del 1977, Ghirri esemplifica i suoi paesaggi “effimeri”.
Egli riteneva infatti che se un cartellone pubblicitario era in grado di portare un mare scintillante in un centro cittadino, allora la realtà stessa si stava trasformando in un’enorme fotografia e questo processo avrebbe comportato un generale impoverimento della percezione del reale. Era in largo anticipo sui tempi….
Il viaggio si trasforma poi in Ghirri in immagini e momenti di quiete silenziosa. Sono anche anni in cui insegna Storia della fotografia all’Università di Parma e realizza con altri colleghi diversi testi di viaggi.
Lavori come Capri, 1981 e Lago Maggiore, 1984, avvolti da un alone di mistero sembrano il resoconto del suo profondo sentire.
Due fotografi, Fontana e Ghirri, che hanno attraversato la contemporaneità, evidenziandone le dissonanze, i cortocircuiti ma anche la sua forza rigeneratrice.

L. Ghirri, Lago Maggiore, 1984, Cibachrome print, new print 1990-
’91, Crediti fotografici CSAC

Renata Rychlik in “In Omaggio a Stefano” – Castell’Arquato

Numerosi e di grande effetto sono i dipinti che Renata Rychlik espone nella sua personale presso il Laboratorio d’Arte del Transvisionismo, già fucina di lavoro e creatività di Stefano Sichel, col titolo “In Omaggio a Stefano” in segno di ringraziamento verso chi per primo ha introdotto l’artista nel panorama italiano.
Renata Rychlik, nata a Cracovia, è una valente pittrice ed ha esposto in Polonia e in altri stati europei in personali e collettive. Il lavoro che svolge nell’ambito dell’Animazione Culturale la porta naturalmente verso il bello, a scoprire luoghi e cose piacevoli, ad andare verso l’essenza delle cose.
C’è una liaison, un collegamento, un filo rosso tra questo lavoro e la pittura cui da tempo si dedica: è evidente come l’artista vuole fermare e per sempre le emozioni che i luoghi le trasmettono.

R. Rychlik, Crepuscolo sulla piazza del mercato di Cracovia, 60×70

Infatti, se la sua pittura trae spunto da una figurazione reale, siano scorci di paesaggi o vie cittadine o architetture nate nel passato, l’artista sa tradurre poi con colori forti, talora non naturalistici, quelle visioni o quelle impressioni che si sedimentano nella sua mente e nel suo animo.

Grande è la cura pittorica con cui Rychlik immerge le cose ritratte in atmosfere di luce anziché in nebbie che salgono dal terreno: tutto allora

Renata Rychlik, Barca 60×40

si veste di magico, come un sogno.
In particolare, l’opera, assunta a logo della personale, in cui le architetture si specchiano nelle trasparenze del vetro di una coppa racconta al meglio e con un tocco di espressionismo il suo Omaggio a Stefano.

 

Castell’Arquato, 8 giugno 2024

Ricordo e Retrospettiva di Stefano Sichel

Un saluto a tutto il pubblico presente e un abbraccio alla moglie e alle figlie che hanno voluto ricordare il caro Stefano Sichel con questa bella retrospettiva.

Come iniziare la presentazione di questa mostra- ricordo tutta dedicata a Stefano Sichel? Potrei partire da un concetto che a me piace molto: la presenza-assenza o giocando sulle parole una assenza fortemente presente perché se il suo cuore ed il suo repiro si sono fermati in una giornata di inizio di un nuovo anno, anno forse carico di aspettative per Stefano, e per tutti noi, le emozioni e i colori della sua pittura continuano a pulsare qui nella sua amata Galleria aperta con tanto coraggio nel 2003.

Leggendo sui social le parole di ricordo giunte alla famiglia, una in particolare era ricorrente: la parola Maestro. E mi sovviene allora una citazione del filosofo Socrate: “L’insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L’insegnante eccellente dimostra. Il maestro ispira.
E Sichel, il Maestro Sichel non solo ha ispirato con la sua arte, ponendosi come socio fondatore del movimento del Transvisionismo, ma ha anche incoraggiato centinaia di artisti che hanno presentato le loro opere in questo importante Spazio espositivo.
Vorrei sottolineare che quando ci si sentiva, in preparazione di varie mostre, Sichel sapeva cogliere il meglio di ogni artista, suggellare certi passaggi pittorici, con una grande generosità di cuore e di pensiero, spesso difficile da trovare in un artista. Una generosità che lo ha portato a lavori a quattro mani con l’attrice Barbara Bouchet e con Alessandra Bisi; una generosità che nasceva dal suo insopprimibile desiderio di sperimentazione su materia e colore, i veri protagonisti della pittura astratto informale di Sichel.

E veniamo ai lavori che le figlie Paola e Sara hanno esposto per raccontare i momenti della sua evoluzione artistica. Tra l’altro oggi, 13 aprile, si celebra lo Slow art day, in cui si chiede ai visitatori di mostre e musei, abituali consumatori di immagini, di soffermarsi per più minuti a guardare un’opera d’arte, liberando la fantasia e cercando di capire il messaggio e l’emozione di chi le ha dato vita.

Qui sono esposti anche i lavori di gioventù del nostro. Il vissuto, ciò che si sedimenta nella memoria, è fondamentale per capire la poetica che si afferma in ogni artista. E il vissuto di Sichel sono i colori della natura e del paesaggio di Vigolo e di Castell’Arquato. Quindi la pittura figurativa rappresenta l’inizio di un percorso incredibile nel quale possiamo leggere successivamente una forte tensione verso la libertà con pennellate che si muovono nello spazio, ma anche un lavoro di studio sofferto, di conoscenza sul colore e sulla materia.
Naturale lo sbocco nel Movimento del Transvisionismo di cui Sichel è socio fondatore, che prende vita nel 1995 con un vero e proprio manifesto e con l’impegno reciproco dei soci di condividere emozioni ed intuizioni. Si accostano a lui Ugo Borlenghi, Viviana Faiola, Massimo Meucci e Erminio Tansini. In momenti successivi Marco Bellagamba e Mario Bernardinello. È la ricerca di un’arte immediata, gestuale, che va oltre la materia in uno spazio esterno e nel contempo intimo. Sono concetti ai quali Sichel rimarrà fedele nel suo percorso artistico. Una pittura che prosegue il dialogo col passato nel solco tracciato dall’action painting, dall’espressionismo astratto, dalle idee di Freud sul subconscio e che perviene ad un astratto informale, che ammiriamo nei lavori esposti.

Da ultimo vorrei ricordare quanto il nostro è stato punto di riferimento culturale per Castell’Arquato, infaticabile organizzatore di eventi, dalla presentazioni di libri, come “Le tenebre e la rosa” di Sgarbi a “La bambina che non sapeva odiare” di Lidia Maksymowicz, fino alle presentazioni annuali dei cataloghi d’Arte Moderna Mondadori. Ancora ricordo gli scambi culturali in Italia e all’estero, il concerto del coro islandese femminile che ha fatto storia nel clima culturale locale. Vorrei anche gettare la sfida di una prosecuzione di incontri e di piccole mostre all’interno del laboratorio qui accanto.

Vorrei chiudere il mio intervento non solo invitando il pubblico a ricordarci momenti importanti del nostro, ma anche evidenziando quello che può essere un messaggio di Stefano, il Maestro, a coloro che si dedicano all’arte. E’ il discorso della materia, della sua bellezza e plasticità in un panorama artistico orientato sempre più al digitale e alla smaterializzazione dell’arte. Una grande lezione di un grande Maestro.

Castell’Arquato, 13 aprile 2024

A Milano la prima scultura per una scienziata

Prima dell’estate i milanesi potranno ammirare in Largo Richini di fronte all’Università Statale la scultura dedicata all’astrofisica Margherita Hack (Firenze,12 giugno 1922 – Trieste, 29 giugno 2013), nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita della scienziata. Il progetto, condotto in modo encomiabile e con grandi risorse da Fondazione Deloitte Italia, è partito con un bando destinato a scultrici donne per una statua “ al femminile”, evitando quindi criticabili opere commissionate. Vi è stato quindi il passaggio di maquette e rendering al vaglio di una folta e qualificata giuria presieduta dal critico e accademico Vincenzo Trione, con la presenza anche dell’astrofisica ricercatrice presso l’Osservatorio Astronomico di Brera , Anna Wolter. Infine il traguardo con la proclamazione dell’opera vincitrice.
La realizzazione di questo monumento – scultura è stata fortemente voluta da Fondazione Deloitte e l’AD Fabio Pompei ne ha indicato le motivazioni all’interno di una conferenza stampa presso la Casa degli Artisti. Fondazione Deloitte svolge da tempo una serie di iniziative sull’istruzione per renderla più consona alle trasformazioni dell’economia. Posto che in Italia il numero di laureati è basso rispetto alla media europea, in particolare nelle discipline scientifiche raccolte nell’acronimo STEM e dove la presenza femminile si riduce ulteriormente, questa statua e la sua collocazione diventerebbe un emblema e sprone per le studentesse universitarie.

Daniela Olivieri, Sguardo Fisico, bozzetto, 2022 credits Giancarlo Pastonchi

In Italia, donne che hanno raggiunto posti di rilievo nei campi del sapere sono numerose, ma la scelta è caduta su Margherita Hack – conferma Fabio Pompei – in quanto esempio già nel secolo scorso di donna libera e anticonvenzionale. Infatti Hack, trasportata dalla curiosità e da uno studio appassionato e continuo, non solo si è distinta come accademica nella spettroscopia ed evoluzione stellare presso l’Università di Trieste, ma è stata una proficua divulgatrice avvicinando il grande pubblico ai misteri dell’universo. Si è anche impegnata perché l’approccio alla scienza iniziasse già nelle scuole primarie. A tutto ciò aggiungeva la semplicità della sua persona, un volto sempre aperto al sorriso, la capacità di raccontarsi nella vita di tutti i giorni, dalla dieta vegetariana alla passione per la bicicletta.
Se Fondazione Deloitte donerà di fatto l’opera ai milanesi, impegnandosi negli anni a venire nella manutenzione, il progetto ha visto anche una collaborazione fattiva di Casa degli Artisti, che ha curato il concorso e dell’Ufficio Arte negli Spazi Pubblici del Comune di Milano, che ne ha individuato la collocazione nel centro storico e si sta impegnando per migliorare in generale la toponomastica nella metropoli.

Daniela Olivieri, rendering, credits Riccardo Orsini

Veniamo quindi all’opera premiata. La giuria esaminando i bozzetti delle otto scultrici si è mossa su un duplice binario, la riconoscibilità fisica della Hack e la percezione della sua scelta vocazionale. Vincitrice è risultata quindi “Sguardo fisico”, di Daniela Olivieri (Bologna, 1977), in arte Sissi, che interpreta la scienziata mentre alza le braccia verso il cielo, come se tenesse in mano un telescopio, invitando all’immaginazione, alla scoperta. I piedi poggiano su una spirale-galassia, perché tutti noi nasciamo e facciamo parte di una galassia: implicito per l’artista come nell’impegno di Hack l’invito alla fratellanza.
Daniela Olivieri è una giovane scultrice, insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze ed ha conseguito numerosi riconoscimenti in campo internazionale.
Casa degli Artisti accompagnerà Olivieri nella realizzazione dell’opera in bronzo fino alla collocazione in Largo Richini. Presso il suo spazio espositivo di Via Tommaso da Cazzaniga, angolo Corso Garibaldi, 89/A , è possibile vedere, fino al 20 febbraio, tutti gli otto progetti che hanno partecipato al concorso e fra questi il bozzetto di Marzia Migliora cui è stata conferita dalla giuria una menzione speciale.

Mostra: Forme, colori e luce – Artisti ed opere

Qui di seguito alcune note circa gli artisti e le loro opere esposte nella mostra Forme , colori e luce inaugurata il 18 novembre presso l’Archivio Galleria Lazzaro Corsi – Via Cenisio, 50 – Milano

Maria Gioia Dall’Aglio, artista mantovana, ha alle spalle un curriculum di grande rilievo, con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Già nel 2008 usciva il Catalogo generale delle sue opere, edito da Mondadori. In questi anni ho sempre apprezzato il suo stile e la sua sensibilità artistica. La sua pittura è stata definita danza di emozioni: l’artista infatti sembra procedere verso nuovi sogni e nuovi lidi, all’interno di un clima metafisico e simbolista. Metafisiche sono le solitarie architetture, misteriose e regali le figure femminili che vivono nei suoi dipinti. I panneggi che avvolgono corpi scultorei od oggetti semplificati nelle loro forme sembrano evocare il mistero e l’inconscio.

Ho conosciuto Roberto Fenocchi nel lontano 2008 e nel cuore della sua esperienza di lavoro e di arte: una bella trattoria nel centro di Villanesco di Lodi, una trattoria rinomata per cose sane e tradizionali. Tutt’attorno alle pareti ricordo un’infinità di lavori, disegni realizzati con la penna a sfera, ma anche tele con pitture astratto-informali.
Gli studi fatti di incisione e litografia gli hanno conferito un segno sicuro, con cui da’ plasticità alle forme, forme per lo più in movimento, che si alimentano della gestualità e dell’inesauribile energia dell’artista.
Caratteristica della sua pittura è la ricerca di profondità resa con addensamenti e rarefazioni di colore e con soluzioni imprevedibili.

Mazzullo Mimma, nata a Palmi di Reggio Calabria, vive a Modena. Ha conseguito il diploma all’Istituto Statale d’Arte e si è dedicata alla pittura. Una pittura inizialmente di carattere figurativo e tesa a catturare la poesia della sua terra e la bellezza del mare che lambisce le coste. Penso che proprio il tema del mare rappresentato con veloci e libere stesure materiche abbia condotto l’artista alla pittura informale. Ecco allora apparire nelle sue tele modulazioni di colore che arriva anche a farsi diafano. In un’opera esposta riappare un volto, celato, improvviso, simile all’animo dell’artista che vive nel profondo il proprio lavoro.

Rychlik Renata è un’artista di Cracovia, città dove ha compiuto gli studi di arte ed universitari nell’ambito dell’animazione culturale. Ha organizzato mostre e scambi culturali-artistici tra Italia e Polonia ed ha esposto in mostre personali e collettive, all’estero e in Italia. In pittura si esprime in senso figurativo cogliendo sia importanti scorci cittadini (Cracovia, come nelle tele esposte) sia sentieri di aperta campagna creando angolature di grande effetto. Sulla tela valorizza le atmosfere di luce e le nebbie diffuse. L’uso di colori non naturalistici conferisce ai suoi lavori una dimensione metafisica, quasi di sogno.

Non posso non esprimere la mia ammirazione verso Stefano Sichel, artista che si è sempre messo in gioco vivendo a tutto tondo il suo percorso in arte. Nel lontano 1995 fonda insieme ad altri artisti il Movimento del Transvisionismo con un vero e proprio manifesto. Procede poi nel suo cammino con la galleria a Castell’Arquato dove tanti pittori e scultori hanno trovato lo spazio per farsi conoscere. La Galleria ha avuto anche un ruolo di promozione di eventi culturali nella cittadina.
Nei lavori di Sichel appare l’energia e la poetica del Transvisionismo, la sua pittura si esprime in scintillanti architetture di colore, nelle tonalità del blu, del giallo e del rosso. Una pittura astratto informale che si nutre del gesto e della materia e si sviluppa secondo un moto ondoso e fluttuante . Il leitmotiv del suo lavoro è la contemplazione della rigogliosa natura delle terre natie.

Trasforini Armando, in arte AMO. Si definisce un pitto-scultore in quanto ama lavorare sulla materia. È un artista concettuale: la vita è un gioco e il gioco o meglio le emozioni che il gioco sviluppa sono la sua cifra espressiva. Tra i cicli di opere sul tema ludico vi sono la serie dei flipper e i lavori su Tex.
Mi piace vedere il nostro pittoscultore come una biglia di flipper che si muove nel flipper-vita secondo il caso, rimbalza, risale, scende e rimbalza ancora. Ecco, questi accostamenti/scontri sono tutto ciò che la creatività di Trasforini coglie e rielabora dal mondo dell’arte, penso a Munari nella progettazione di oggetti, a Van Gogh nell’uso del colore, a Klee nella poesia di certe macchie ed infine alla pop art nella serie di Tex. Qui, aprendo come un libro ogni opera, sono ancora la casualità ed il gioco che ci fanno scoprire nuovi temi e fantasie creati dall’artista.

Jana Zanoskar è nata in Slovenia e si è laureata all’Accademia di Lubiana. Si è quindi trasferita in Italia, in Toscana, dove ha insegnato dagli anni Settanta Discipline artistiche e dove vive immersa nella natura e nell’arte. Le opere esposte in mostra, di natura figurativa, pur con risvolti espressionisti e simbolisti, mostrano quanto sia eclettica nel suo lavoro, ottenendo esiti di grande qualità e seduzione. Appaiono echi picassiani nella scomposizione e nell’intreccio dei corpi e un cenno alle stampe giapponesi nella composizione; i tattoos gli arabeschi profusi sulle tele ci portano al misterioso oriente. Opere non proprio recenti ma estremamente attuali nella narrazione di una umanità un po’ contorta, sofferente, quella umanità che ritroviamo ora.

Vittoria Colpi

Milano, 18 novembre 2021

 

Il mondo pittorico di Marco Valla

Sto osservando un lavoro di Marco Valla, artista piacentino. Si tratta di una tempera acrilica su tavola di cui l’artista mi ha fatto omaggio dopo la presentazione di una collettiva a Castell’Arquato alla quale partecipava. Mi addentro nella superficie pittorica e mi ritrovo in un universo di figure minute, forme stilizzate di organismi vegetali, animali, di architetture forgiate dalla natura o dall’uomo; scorgo anche il profilo di un volto. Ogni tessera di questa pittura-mosaico è resa con cura, con le proprie ombreggiature che le conferiscono plasticità. Tutte insieme si rincorrono o si posizionano in un contesto di completa armonia. Il colore con le sue tonalità sapientemente dosate gioca un ruolo da protagonista. Nella fattispecie incontro i grigi che sfumano nel rosa, ocre delicate, qua e là dei rialzi resi con l’oro o con il verde trasparente delle onde marine. “Senza titolo” recita il cartellino apposto sul retro. L’opera è del 2013.

M. Valla, Happy New Year, acrilico su tavola, 2013

In quell’anno Valla era già stato selezionato a Fiorenzuola per la 10a Biennale d’Arte di Roma e, presso la libreria Bookbank di Piacenza, insieme alla figlia Claudia, esponeva opere di carta e taccuini d’artista nella rassegna “Raccontami una storia”.

Negli anni successivi i suoi lavori appaiono alla Permanente di Milano e a Palazzo Pirelli nell’ambito delle celebrazioni di Leonardo, quindi sono all’estero, in Belgio e a Cracovia.

M. Valla, Paesaggio del cuore, tempere acriliche su tavola, 2013

Nato a Podenzano nel 1954, con una formazione da chimico, Valla fin dalla giovinezza si avvicina alla pittura e coltiva con cura il disegno. Da subito rivela una tendenza a scomporre le immagini sia figurative che astratte. Poi, sul finire degli anni Ottanta nella sua espressione creativa avviene qualcosa di magico. Da quel momento nelle sue opere non si avverte alcuna scomposizione ma prende vita un mondo fatto di piccole immagini, forme esistenti in natura o di fantasia che si affermano quasi con prepotenza nella mente dell’ artista.
Attraverso questo personale alfabeto di forme ed icone, Valla è in grado di affrontare qualsiasi narrazione, lavorando di volta in volta col colore su segni e disegni.
Ecco prendere vita opere in acrilico su tela o su tavola vivaci come Primavera imminente, Estate, Happy new Year, tutte del 2013; riflessive o pensose come Una giornata grigia, 2013, Ripensamento, 2014 , Azzurra, 2017, Temporary self portrait, 2018 o gioiosamente descrittive come Ritorno a Piacenza, 2020 e La collina, 2020.

M. Valla, Composizione 6, acrilico su tela, 2020

Una ulteriore svolta nella figurazione di Marco Valla avviene alla fine del 2020. L’artista sembra abbandonare quell’universo di figure stilizzate che si affastellano nella sua mente per una più pacata visione del mondo . Inizia la serie delle Composizioni. Ora le delicate cromie si distribuiscono in piccole campiture geometriche e lo spazio pittorico si trasforma in un ritmo di suoni e poesia.

Dalla Laguna veneta una nuova sfida dell’arte del vetro

Dall’inizio del mese di settembre, nella speranza condivisa di lasciarsi alle spalle sia la crisi economica, suggellata dal calo del turismo, sia l’emergenza sanitaria da Covid, Venezia con Murano e Mestre si sono fortemente attivate per far ripartire la loro economia puntando sull’arte della lavorazione del vetro.
Implicito il desiderio di dare un soffio di energia ai maestri vetrai ed alle loro fornaci che sono messe a rischio chiusura da una concorrenza sleale di prodotti, anche cinesi, realizzati con più bassi costi di manodopera e di materie prime, o spesso contraffatti.

Fondazione Berengo, Unbreakable Women in Glass, The Winner Bonhams Prize 2020

Con questa aspettativa si è tenuta dal 5 al 13 settembre la quarta edizione di The Venice Glass Week con numerosi punti di esposizione ed iniziative anche online, come le Conversations on Glass. Un Festival molto partecipato e che ha visto l’assegnazione del premio Bornhams a Berengo Studio di Murano con la splendida opera Unbreakable: Women in Glass, dedicata alle 64 artiste donne che nel corso dei trent’anni di vita dello Studio hanno lavorato e sperimentato in un’arte storicamente maschile.

M. Silverio -S. Bullo, Touch-Me. Ph. M. Pistore

La novità di quest’anno era il premio per gli under 35, consistente in un soggiorno presso la Pilchuck Glass School di Seattle, che è toccato al duo Matteo Silverio e Stefano Bullo, entrambi veneziani, architetto il primo, glassmaker il secondo. I loro lavori dal titolo Touch me!, realizzati con tecnologie digitali richiedono proprio di essere toccati per acquisire nuove e instancabili forme.
Durante la Venice Glass Week sui canali girava una Floating Furnace, progettata dal Consorzio Promovetro Murano per avvicinare la gente ed i turisti alla lavorazione del vetro, facendo rivivere un fatto del 1574 allorché i vetrai muranesi posero delle chiatte con fornaci davanti a Ca’ Foscari per mostrare al sovrano di Francia in visita Enrico III le loro abilità.
Tra le istituzioni promotrici del Festival grande impatto ha la Fondazione Cini che da anni promuove mostre e convegni sull’arte vetraria contemporanea e del Novecento, come l’attuale Venezia e lo Studio Glass Americano, all’Isola di San Giorgio Maggiore, che ci fa scoprire intrecci e contaminazioni tra la tradizione veneziana e le nuove tendenze americane, e dagli anni Sessanta ad oggi.

Dale Chihuly, Laguna Murano Chandelier. Ph. E. Fiorese

Verso la metà del secolo scorso si è infatti formato negli States il movimento Studio Glass con l’obbiettivo di riportare la lavorazione del vetro, del tutto industrializzata, nelle botteghe degli artisti trasformandola in momenti d’arte.
Artisti pionieri americani come Dale Chihuly e Benjamin Moore hanno trovato nei veneziani Lino Tagliapietra e Pino Signoretto dei validi maestri nel soffiaggio.
Non a caso la splendida opera di Chihuly, Laguna Murano Chandelier, lampadario composto da cinque enormi strutture che incorporano ogni genere di specie marina nonché una sirena e il dio Nettuno, uscita per la prima volta dagli States, troneggia in mostra.

Dale Chihuly, Laguna Murano Chandelier. Ph. E. Fiorese

La collaborazione tra gli americani ed i nostri è proseguita negli anni. Così il tradizionale mosaico veneziano, o murrina, si è trasformato in singolari vasi e oggetti con Richard Marquis, mentre i giovani come Flora Mace e Joey Kirkpatrick si sono dedicati a grandi sculture e alle nature morte. Ancora, sempre con stile veneziano, Norwood Viviano narra di paesaggi, come in “Cities Underwater: Thirteen Sites – detail NYC-, 2018-19.
La rassegna Venezia e lo Studio Glass Americano, in programma fino al 10 gennaio 2021, comprende 155 pezzi, ciascuno dei quali non solo racconta l’abilità dell’artista in un progetto più ampio di design e di tecnologia ma vuole porsi come promotore di una riscoperta di un’arte antichissima e di preziosi manufatti su cui investire.

(da Che Vi Do! courtesy Mario Rho)

Ricordando Ugo Borlenghi

Mentre scrivo queste righe in memoria di Ugo Borlenghi, amico ed artista a tutto tondo, apprendo che a Fiorenzuola d’Arda, sua città natale e dove ha promosso per tanti anni eventi d’arte sia nel Foyer del Teatro Verdi che nel suo atelier I sassi, gli viene dedicata una mostra fotografica e di sculture, a cura di Mariella Rosi.
Lo scorso marzo mi era giunto un laconico messaggio da Stefano Sichel, direttore del Laboratorio d’arte Transvisionismo di Castell’Arquato: -Purtroppo questa mattina Borlenghi ci ha lasciato-. Ho subito ripensato agli ultimi due incontri con l’artista, peraltro da tempo sofferente.

U. Borlenghi, Forme Silenti, La pietra racconta, fusione in bronzo.

Nel marzo 2018, nell’ambito della Mostra degli artisti contemporanei della Permanente di Milano aveva esposto un dipinto smagliante nella diffusa luce di un sole che tramonta. Il titolo, Ultima luce, mi sembrò avesse già sentore di un addio, anche se il colore intenso dell’arancione era di fatto rasserenante, quasi gioioso. E gioiosa fu la reazione di Borlenghi allorchè uno dei maggiori quotidiani scelse proprio quel dipinto per pubblicizzare l’evento #urbanart della Permanente. Nell’ottobre dello stesso anno in occasione di una rassegna nella Galleria del Transvisionismo ebbi di nuovo modo di salutarlo. Appariva sereno ma molto affaticato. Mi voleva fare dono del libro autobiografico Tra sguardi e pensieri. Mi porse l’unica copia presente in Galleria.

U. Borlenghi al lavoro nel suo studio. Ph. Mariella Rosi – PHOTO ’20

Sfogliandolo, ho compreso come la sua arte, di cui conoscevo bene le sculture, prendesse vita da una complessità di stimoli e conoscenze. Si era infatti cimentato per diletto o per professione nella musica, nella fotografia, nel disegno e pittura. Infine l’approdo all’arte plastica nella quale ha espresso al meglio la sua creatività. Ma anche in questo ambito aveva svolto un lungo tirocinio, lavorando da giovane nella fonderia artistica dell’Arsenale Militare di Piacenza e a Cremona e collaborando poi negli anni Ottanta alla fusione di opere del cileno Sebastian Matta.

U. Borlenghi, Forme Silenti, La pietra racconta, fusione in bronzo.

Dalle iniziali sculture figurative ben presto Borlenghi si era portato ai ricordi e gesti dell’infanzia, quando sul greto dell’Arda cercava sassi e pietre modellate dal tempo e dall’acqua. Forme intrise di storia e di geologia che sono diventate poi il leit-motiv dei suoi lavori, in particolare con l’ ingresso, da socio fondatore, nel neonato movimento del Transvisionismo nel gennaio del 1995.
Teso a svolgere un’arte che andava oltre la semplice visione dell’opera verso una personale e intima riflessione, Borlenghi è giunto a cogliere il silenzio espressivo della materia, un silenzio interrotto solo da sapienti patinature sul bronzo o da lievi sfumature di colore sul legno levigato, fosse pioppo, mogano o afromosia. Sculture che egli ha intitolato “Forme Silenti”, e che, curiosamente, pur firmate e datate nel loro corpo, considerava senza data, come totem, simboli destinati alla trascendenza.

(da Che Vi Do!, periodico del Pane Quotidiano, dicembre 2020)

La pittura veneziana a Milano con Giambattista Tiepolo ( da viveremilano.info)

A Milano presso le Gallerie d’Italia di Piazza Scala è stata inaugurata la mostra “Tiepolo. Venezia, Milano, L’Europa”, a cura di F. Mazzocca e A. Morandotti, nella ricorrenza dei duecentocinquanta anni dalla morte dell’artista nato a Venezia nel 1696 e spentosi a Madrid nel 1770. Giambattista Tiepolo da giovane ammira e fa propri gli sfarzi e le architetture delle tele del Veronese e perviene ad una pittura celebrativa, ricca di colore e di soluzioni originali, definita dagli storici tardo barocca. Al sopraggiungere però del clima artistico neoclassico, egli viene di fatto dimenticato. In pieno Romanticismo, come ha affermato il prof. G. Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, nella presentazione dell’evento, è F. Hayez a riscoprire la versatilità della pittura del Tiepolo e in tempi più recenti, ad esempio nella mostra del 2019 presso la Staatsgalerie di Stoccarda, gli è stato riconosciuto un forte contributo alla diffusione in Europa della tradizione decorativa veneziana.

G. Tiepolo, Apollo conduce al Genio germanico la sposa Beatrice di Burgundia, 1751, olio su tela, Staatsgalerie Stuttgart. © 2020 Foto Scala Firenze

All’inizio del Settecento Venezia si trova in un declino economico che la renderà terra di conquista da parte dei francesi sul finire del secolo. La Serenissima non è più in grado di fare mecenatismo ed ora sono gli ordini religiosi e le famiglie nobili i maggiori committenti per gli artisti locali. Il Tiepolo si forma in questo contesto. In mostra oltre a studi di figure in movimento di alcuni partecipanti dell’Accademia del Nudo, sono esposti i suoi primi lavori con soggetti mitologici o religiosi, come “Il martirio di San Bartolomeo”, 1722, realizzato per la Chiesa di San Stae. Ma l’impegno maggiore del Tiepolo è per gli affreschi nei soffitti di palazzi, dei Sandi o degli Zenobio, o di chiese dove il suo stile compositivo si esprime con poche figure luminose al centro che definiscono il tema e tante altre, anche di divinità, che affollano i lati del dipinto. È quanto ad esempio si può ammirare a Palazzo Clerici di Milano nell’affresco “La corsa del carro del Sole” realizzato nel 1740.

G. Tiepolo, Naufragio di San Satiro, 1737, affresco riportato su tela, Basilica di sant’Ambrogio, Milano. ©Ph. Luigi Parma

Estremamente creativo, Tiepolo già nel 1731, poco più che trentenne, era a Milano per decorare in Palazzo Archinti i soffitti di cinque stanze, affreschi andati distrutti nei bombardamenti del 1943. Quindi era tornato nel 1737 per lavorare nella Basilica di Sant’Ambrogio, chiamato dal Cardinale Erba Odescalchi, e nella sala d’armi del Palazzo Gallarati Scotti dove insieme a Carlo Innocenzo Carloni aveva realizzato scene di guerra. La rassegna giustamente pone in rilievo l’attività del Tiepolo nel capoluogo lombardo, considerato la sua seconda patria, e consente al pubblico di ammirare alcune opere milanesi restaurate per l’occasione.

Anche a quei tempi c’erano personaggi che si potevano definire uomini di gusto, in grado infatti di orientare i gusti del pubblico, quelli che ora noi chiameremmo influencer. Tra questi Francesco Algarotti, filosofo e letterato, che si accosta al Tiepolo e lo aiuta a fare un salto di notorietà a livello internazionale. Così negli anni 1751-1753 l’artista è in Germania a Würzburg nella residenza del principe vescovo von Greiffenclau, dove sviluppa nel soffitto della Kaisersaal vicende della vita del Barbarossa, dall’investitura al suo matrimonio. In mostra i dipinti ad olio su tela: “Apollo conduce al Genio germanico la sposa Beatrice di Burgundia”, 1751, della Staatsgalerie di Stoccarda e “Banchetto di Antonio e Cleopatra”, 1746 della National Gallery, sempre inerente al tema del matrimonio.
Raggiunge quindi Madrid, nel 1762, chiamato da Carlo III Borbone, per decorare a Palazzo Reale il soffitto della Sala del Trono. Qui, aiutato dai figli Giandomenico e Lorenzo, esegue l’affresco “Gloria della Spagna tra Minerva e Apollo e negli anni successivi alcune pale d’altare, tra le quali “San Francesco d’Assisi riceve le stimmate”, olio su tela, 1967-’69, ora al Prado. A Madrid la sua morte improvvisa.

G. Tiepolo, San Francesco d’Assisi riceve le stimmate, 1767-1769, olio su tela, Madrid. ©Museo Nacional del Prado

Con questa rassegna, in programma fino al 21 marzo 2021 e al momento chiusa al pubblico per le norme sul Covid, i curatori hanno inteso anche porre a confronto la pittura del Tiepolo con quella di altri artisti a lui coevi e con opere significative. Se il Piazzetta si caratterizza per la sua concretezza plastica, Sebastiano Ricci e Antonio Pellegrini introducono scene dinamiche e colori luminosi che affascinano il Tiepolo. Da ultimo il confronto tra Giambattista e Giandomenico, tra padre e figlio. Di quest’ultimo viene esposto il lavoro “Abramo e i tre Angeli”, 1773, della Galleria dell’Accademia, una tela più classicheggiante, semplice nella composizione e ricca di introspezione. Sarà Giandomenico nella sua vasta produzione a realizzare l’affresco “Mondo Novo”, ora a Ca’ Rezzonico. Non più apparati celebrativi, non più spazi illusori, solo la descrizione con sarcasmo della gente che lo circonda.