La possibilità di intervenire sulle foto con le varie applicazioni dell’AI per modificare lo sfondo o inserire nuovi particolari, porta al declino dell’immagine fotografica come lettura di storia. Tuttavia se la fotografia perde la valenza di documento può comunque esprimersi come opera d’arte.
È il caso dei lavori di due grandi fotografi, Franco Fontana (Modena, 1933) e Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Reggio Emilia, 1999), di cui per il primo si è svolta una retrospettiva a Brescia presso il Museo di Santa Giulia e per il secondo è in corso una mostra presso il MASI di Lugano e fino al 26 gennaio 2025.
Entrambi emiliani, si allontanano da subito dall’assunto di fotografia come resoconto del reale portandosi verso nuovi orizzonti.
La rassegna di Brescia dal titolo “Franco Fontana – Colore” racconta quanto il colore sia stato determinante per l’artista, ora novantenne, già negli anni Sessanta quando la fotografia d’arte era in bianco e nero.
Per Fontana tutto è paesaggio: i suoi scatti toccano regioni italiane o della Spagna o metropoli come San Francisco, N.Y., Los Angeles. Sono paesaggi trasformati in giochi spiazzanti di presenza – assenza, o ridotti a semplici moduli di colore.


Così in San Francisco, 1979, viene ripresa la parte anteriore in azzurro metallico di una vettura Ford parcheggiata di fronte a due portoni confinanti e diversi nell’architettura e nel colore, mentre il grigio dell’asfalto è rotto dalla linea gialla che segna il marciapiede. In Cortina D’Ampezzo del 1978 appaiono semplicemente macchie di bianca neve che si insinuano fra le rocce della montagna e l’alpeggio.
Fontana ha esposto in gallerie e istituzioni in Italia e all’estero, ottenendo onorificenze, come il titolo di Maestro della fotografia italiana, nel 1988. Per lui ogni elemento del campo visivo, anche il pavé su cui incede, diventa oggetto di attenta riflessione e, negli anni più recenti, con la serie degli Asfalti e dei Paesaggi urbani ci mostra scatti di grande bellezza e di totale astrazione.
Se Fontana ha trasformato il colore in protagonista delle sue foto, Luigi Ghirri punta sul viaggio come fonte di sensazioni e di immagini.
Curata da James Lingwood, la rassegna del MASI “Luigi Ghirri. Viaggi, fotografie 1970 -1991” raccoglie numerosi scatti, a colori e vintage, provenienti dall’Archivio degli eredi e dalla collezione del Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma.


Sono le foto di escursioni domenicali intorno a Modena o verso altre mete turistiche del Nord Italia e Svizzera, ma anche quelle fatte a manifesti e a cartoline (in mostra nella sezione I Paesaggi di cartone) ad indirizzarlo verso un aspetto concettuale del viaggio e della fotografia.
Così nell’ironica Arles del 1979 l‘esperienza di un luogo visitato si imprime in modo easy su una camicia, mentre con Rimini del 1977, Ghirri esemplifica i suoi paesaggi “effimeri”.
Egli riteneva infatti che se un cartellone pubblicitario era in grado di portare un mare scintillante in un centro cittadino, allora la realtà stessa si stava trasformando in un’enorme fotografia e questo processo avrebbe comportato un generale impoverimento della percezione del reale. Era in largo anticipo sui tempi….
Il viaggio si trasforma poi in Ghirri in immagini e momenti di quiete silenziosa. Sono anche anni in cui insegna Storia della fotografia all’Università di Parma e realizza con altri colleghi diversi testi di viaggi.
Lavori come Capri, 1981 e Lago Maggiore, 1984, avvolti da un alone di mistero sembrano il resoconto del suo profondo sentire.
Due fotografi, Fontana e Ghirri, che hanno attraversato la contemporaneità, evidenziandone le dissonanze, i cortocircuiti ma anche la sua forza rigeneratrice.

’91, Crediti fotografici CSAC
